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Nella prima metà del Novecento l’Europa fu l’epicentro mondiale dello spostamento forzato di grandi masse di esseri umani, nel periodo che ha al suo centro quella che stata definita la «guerra dei trent’anni del XX secolo» (1914-1945). La sezione in cui vi trovate si occupa di questo fenomeno, che, dopo le prime avvisaglie costituite dalle guerre balcaniche del 1912-13, fece un salto di qualità con la prima guerra mondiale e i conflitti che ne costituirono il corollario nella parte orientale d’Europa e in Anatolia, e che terminarono all’inizio degli anni ’20. La fase successiva nella storia degli spostamenti forzati fu aperta dal lancio dell’industrializzazione accelerata in Unione Sovietica (1929), che si accompagnò alla collettivizzazione dell’agricoltura e alla deportazione di milioni di contadini. Le deportazioni sovietiche, sempre più basate su discriminanti etniche, andarono avanti per tutti gli anni ’30. Il periodo culminante degli spostamenti forzati in Europa iniziò con la seconda guerra mondiale, con le politiche naziste di «riorganizzazione razziale», e proseguì nel dopoguerra con l’espulsione di milioni di tedeschi dall’Est, e con le deportazioni messe in atto dai sovietici per assicurarsi il controllo dei vasti territori su cui Mosca aveva esteso la propria sovranità. Solo con la destalinizzazione alla metà degli anni ’50 questa fase della storia europea poté dirsi conclusa. Da allora fino al crollo dell’URSS furono i processi di formazione statale e nazionale nel mondo extraeuropeo a produrre le più grandi masse di migranti forzati.
Questa ricerca è stata curata da Niccolò Pianciola.
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