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Scheda collegata:Vita e morte degli omosessuali in alcuni lager tedeschi




 

Testimonianza di Heinz Dörmer

[...] Era autunno quando arrivai a Sachsenhausen. Fummo portati proprio nel lager principale ma in una compagnia di punizione separata [...] La prima notte [...] ho dormito sotto il letto sulla nuda terra. Non c’erano letti sufficienti. Moltissimi si sono offerti spontaneamente di dormire per terra anziché in un letto Chi dormiva nei letti normali per tutta la notte veniva fatto alzare e portati nel locale adiacente per essere interrogati. Per tutta la notte sentivamo grida e rumore di percosse. Era terribile. Tutti tremavamo e non sapevamo se saremmo sopravvissuti il giorno successivo. [...] Stavamo seduti su lunghe panche, vicini gli uni agli altri ed aspettavamo di ricevere la nostra brodaglia. Ognuno di noi aveva un cucchiaio di latta o smaltato. Ci alzavamo tavolo dopo tavolo, ci si stringeva al tavolo precedente e si tornava a sedersi al nostro posto con la scodella calda. Era una impresa impossibile riuscire a sedersi bene senza essere di ostacolo al proprio vicino [...] Ci si doveva inserire violentemente nel proprio posto sulla panca senza urtare il vicino stringendo forte la propria scodella calda che scottava, e questo non era certo piacevole (p. 94).

[...] Trovavano sempre qualcosa che non andava bene ed allora erano continui calci, randellate e calci nel sedere, in particolare a mezzogiorno, quando rientravamo marciando, venivamo sempre colpiti. All’ingresso bisognava sempre essere allineati e coperti, in fila per cinque perché era più facile venire contati. Erano sempre giovani contadini ai quali venivamo affidati. Pensavano di avere a che fare con dei buoi da spingere dentro. Quanto più spesso e più forte ci picchiavano tanto più aumentava la considerazione per loro. Il cervello delle SS era completamente fuso: era diretto soltanto su di noi. Eravamo considerati una razza infame ed essi potevano fare di noi tutto ciò che volevano. Se uccidevano qualcuno di noi venivano addirittura lodati e noi dovevamo stare a guardare.
Era autunno quando arrivai a Sachsenhausen. Fummo portati al lager principale ma in una compagnia di punizione separata. Il campo era suddiviso in tante baracche normali. Di lato all’ingresso, sulla destra, c’era la compagnia di punizione, dove terminava la numerazione. Poi veniva la baracca della vestizione e poi quella della distribuzione degli abiti e della biancheria dove non ci venne dato quel gran che poiché dovevamo correre o strisciare per lo più senza cappotto, per aumentare il sudore e stabilizzare il grado di calore. Ci hanno fatto fare tutto ciò che mente umana non può neanche immaginare. Dopo l’appello ci si doveva rivestire ed il sudore ci correva giù per la schiena. E se i prigionieri non effettuavano l’appello di mezzogiorno o quello serale nei dovuti modi: "Rientrare marciando nel lager e spogliare i prigionieri!", fermi impalati fuori delle baracche al vento ed al cattivo tempo. Tutto il lager era fatto a scaglioni. Due, tre uomini. L’entrata avveniva attraverso le strade del lager e l’uscita marciando nella grand’arena. Appello la mattina, a mezzogiorno e di sera. E c’erano sempre tante uscite. Poi si marciava verso il piazzale dell’appello. Era tutto contrassegnato, come il posto dove doveva fermarsi il capofila.
Il Capoblocco era un tipo assolutamente brutale, un uomo mostruoso, un corruttore di omosessuali. Riceveva ordini come: "questo oggi non deve più vivere. Fallo fuori!" e così via. Si accaniva sui prigionieri con pugni e calci finché non li uccideva. Noi eravamo presenti a queste scene e dovevamo guardare senza poter fare niente. Era peggio di un maiale. Ci faceva continuamente strisciare a terra come un cane o trascinarci sulle ginocchia. Nella baracca si doveva percorrere strisciando il percorso fino ai servizi e viceversa. Ogniqualvolta le SS ne avevano voglia ci colpivano a frustate e manganellate. Erano le loro armi che usavano generosamente (pp. 142-143).

(MÜLLER Joachim, STERNWEILER Andreas (a cura di), Homosexuelle Männer im KZ Sachsenhausen, Berlin, Schwules Museum Berlin - Verlag rosa Winkel, 2000, pp. 398)

 






  
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